
Solitamente non era attratto dalla musica offerta a mo’ di gadget in abbinamento alla vendita dei giornali.
Maniacale com’era riteneva che ogni brano andasse ascoltato solo se eseguito da quell’interprete in particolare, da quella determinata orchestra; a volte sceglieva in base al nome dell’arrangiatore, altre addirittura unicamente in base alla casa discografica.
Altrimenti meglio nulla, e infatti ultimamente non ascoltava quasi più nulla neppure della sua musica preferita.
Ma quel giorno l’offerta del Corriere della Sera, con quel CD di Celentano, chissà perché lo aveva attirato.
Tornato a casa lo aveva inserito nell’impianto stereo e si era seduto in poltrona: “Eravamo in centomila” e “La coppia più bella del mondo” avevano mandato le loro note per la stanza. Era una sensazione bella, calda, riascoltare i brani della sua giovinezza.
Ed ecco, all’improvviso, la sezione degli ottoni attacca “Azzurro”, un sax baritono apre con un "assolo" e lui rimane paralizzato.
Eppure quante volte da allora aveva sentito quella musica. Ma oggi rimane paralizzato.
E dopo tanti anni da non ricordarsi più quanti, di colpo si rivide in quella sera.
Lui, giovanissimo, suonava il sax baritono in una grande orchestra, allora.
E girava l’Italia in lungo e in largo: oggi a Torino, domani a Udine, poi a Roma e quindi in Emilia e di lì a Milano e così tutte le sere.
Duecento sere all’anno e duecento giorni passati in pulmann a spostarsi da una città all’altra, da un teatro a uno stadio, da una balera a una festa del patrono.
Una vita stressante, ma inebriante. Gli piaceva trasmettere emozioni con la voce del suo sax e ancor più bello era improvvisare performances jazzistiche durante gli interminabili spostamenti su quel pulmann, con gli altri componenti l’orchestra, quasi tutti grandi professionisti dei quali cercava di carpire i segreti.
Era innamorato della musica allora. Miles Davis, Charlie Parker, John Coltrane e tanti altri erano i suoi idoli. Poterli imitare era il suo sogno.
Poi una sera in una grande balera di Ravenna il boss lo aveva chiamato prima dello spettacolo e gli aveva detto. “Stasera la sezione degli ottoni la guidi tu”.
Si era sentito svenire. E quando l’orchestra aveva attaccato “Azzurro” era toccato a lui, con le gambe che gli tremavano e la bocca secca tanto da non riuscire ad inumidire l’ancia, dare l’attacco con la voce potente e calda di quel sax baritono che sembrava venire su dallo stomaco.
Era stato stupendo e nel pulmann quella mattina non era riuscito a chiudere occhio, non vedeva l’ora di arrivare a casa per raccontare. E per annunciare una decisione che covava ormai da tempo e che ormai era tempo di ufficializzare: si sarebbe dedicato solo alla musica, quella era la sua vita.
Ma a casa lo aspettavano facce sbigottite e stravolte: suo padre, colpito da un attacco improvviso, era stato ricoverato d’urgenza in ospedale.
L’aveva cercato, ma lui non c’era.
Una corsa, giusto in tempo per vederlo e ascoltarne le ultime raccomandazioni.
Quanto cose gli avrebbe voluto dire, quante spiegazioni, quante domande, ma era tardi, era mancato il tempo.
Quella sera era tornato a casa, aveva smontato l’ancia, sganciato la fascetta del bocchino d’avorio e aveva chiuso il sax nella sua custodia di abete con l’interno tappezzato di velluto rosso.
Da quel giorno non aveva suonato mai più. E la custodia non era più stata riaperta.
Ripensava a tutto questo ascoltando Celentano quel giorno.
E per la prima volta, dopo tanti anni da non ricordarsi più quanti, sentì all'improvviso che era tempo di chiudere finalmente quel capitolo della sua vita.
E di riaprire quella custodia.
Si diresse là dove era abbandonata, la prese con delicatezza come con un reperto antico, come si prende per mano un’amica ritrovata ormai vecchia e fragile, e se la mise sulle ginocchia.
Con le dita che gli tremavano un poco fece scattare le serrature di ottone.
Ma al momento di alzare il coperchio gli mancò il coraggio. Ebbe paura di essere troppo vecchio per l’emozione dei ricordi.
O forse ebbe timore dei rimpianti.
Richiuse e rimise tutto dov’era.
E pensò che un giorno, fra non molto, qualcuno si sarebbe incaricato di prendere i suoi vestiti, le sue cose, i pezzetti sparsi e insignificanti della sua vita e di buttarli via. E con loro quella custodia foderata di velluto rosso con dentro un sax baritono arrugginito, con le pelli delle chiavi essicate e i tasti d’avorio malandati e sconnessi che da tanti anni e da tanti traslochi se ne stava lì, abbandonata, senza che nessuno sapesse esattamente a che era servita.
E su quella poltrona si trovò a fantasticare che a trovarla sarebbe stato un ragazzo. L’avrebbe aperta, avrebbe preso in mano quel sax, sfiorato quelle chiavi e la musica di Miles Davis, Michel Brecker, Charlie Parker, Joe Henderson, John Coltrane avrebbe preso a volteggiare intorno.
E il suo sogno di allora avrebbe continuato a vivere.
|